“Alcune storie non accadono mai per caso e sembrano essere frutto di un fortunato disegno del destino sin dall’inizio, in un concatenarsi di coincidenze, decisioni e predisposizioni che cambiano di colpo il corso degli eventi e lasciano intravedere il percorso giusto da seguire.

Prima di parlarvi di Label Rose, bisognerà fare un salto nel passato, perché quello che sono oggi è frutto di una serie infinita di esperienze che hanno caratterizzato il mio percorso…

Ero piccola e paffutella quando a 5 anni giocherellavo nell’ufficio stile, all’epoca mio padre possedeva una grande azienda di abbigliamento. I giocattoli non mi attraevano a sufficienza, preferivo di gran lunga l’azienda con i suoi mille uffici, preferivo disturbare gli impiegati con domande curiose, ma tra tutti gli uffici quello che catturava più di tutti la mia attenzione era sicuramente quello dedicato allo stile e all’ ideazione dei prototipi.

Mi sentivo a casa in quel magico luogo dove, dopo un lungo processo, i disegni diventavano realtà e rendevano belle tante donne: infiniti tessuti, bottoni, campioni, matite colorate, disegni, tutto ciò era pura magia per me che nonostante la mia tenera età mi divertivo fingendomi una stilista acclamata.

M’innamorai di quel mondo lentamente un passo per volta.

Eseguivo i compiti in maniera rigorosa nella ricreazione per avere del tempo libero da passare in azienda.  Inizai a scarabocchiare, copiare, colorare ed inventare su carta finché non imparai ad usare i programmi di grafica.

Solitamente accadeva così: quando tutti i dipendenti andavano via, io restavo da sola in ufficio, mi appropriavo di qualche computer prima per esercitarmi, poi per mettere in piedi la mia collezione, ero minuscola, ma già super determinata, disegnavo e padroneggiavo le tecniche base di Photoshop fino al punto di ideare una collezione tutta mia.

Ero piccola ma i miei sogni, al contrario della mia statura erano già grandissimi.

Parallelamente sviluppai una seconda passione: la danza. La determinazione che da sempre mi contraddistingue mi permise di raggiungere livelli importanti finché non ebbi l’opportunità di trasferirmi a Roma e studiare in una scuola importante l’Accademia Nazionale di Danza, avevo 15 anni quando decisi di lasciare la mia città, i miei amici, i miei cari per trasferirmi da sola nella capitale.

Un anno dopo mi trasferii a Dresda, fu ancora una volta una dura prova di maturità anticipata, vedevo tre volte l’anno la mia famiglia e studiavo da privatista per conseguire il terzo anno d superiori.

Il mio percorso di studi in Germania terminò dopo 3 anni con il conseguimento del “Bachelor of Art” e con l’ottenimento di due contratti di lavoro come ballerina di danza classica, così a 19 anni, mi sono trasferita in Repubblica Ceca per iniziare la mia carriera come ballerina semi-solista di teatro.

Assieme alla soddisfazione per il raggiungimento dei miei obiettivi, iniziai a sentirmi vuota dal punto di vista sociale e culturale, d’altronde avevo abbandonato il liceo a 17 anni e non avevo conseguito la maturità come i miei coetanei e i miei continui cambi di residenza non mi avevano permesso di stringere solide amicizie, non avevo vissuto un’adolescenza spensierata, ma anzi ero stata sempre e solo concentrata al raggiungimento di quell’unico obiettivo: diventare ballerina.

E come se, però, all’improvviso, una volta raggiunto quell’obiettivo mi fosse iniziato a mancare tutto ciò che esisteva al di fuori del teatro e delle quattro mura della sala di danza.

Di punto in bianco decisi di lasciare tutto e riprendere gli studi, riprendermi esperienze che fino a quel momento non avevo vissuto, iniziare a coltivare relazioni sociali, ma soprattutto far riemergere la mia prima passione: la moda.

A 19 anni, dopo una breve periodo in Repubblica Ceca, tornai a casa, tornai nella mia nazione, nella mia città, tornai a parlare l’italiano in maniera frequente e tornai a vivere la mia famiglia.

Ovviamente, quella di lasciare la danza, è stata una decisione lunga e pensata, ma ad oggi non mi sono mai pentita della scelta fatta.

Elaborai subito che l’unica cosa che mi sarebbe mancata tornando a Napoli sarebbe stata la mia indipendenza, infatti già a 16 anni iniziai a lavorare parallelamente agli studi di danza come cameriera in un ristorantino italiano nel weekend e già lì percepii la soddisfazione di poter sentirmi autonoma.

Iniziai immediatamente a progettare, pensare e ideare un qualcosa che potesse rendermi “libera” da quelle che erano stato le imposizioni del mondo della danza classica, dove più volte mi ero resa conto di essere una mera esecutrice di una serie di passi.

Ovviamente ripresi in mano la mia prima passione la moda, che nonostante tutto, non avevo mai abbandonato, e allo stesso tempo iniziai a colmare il mio vuoto sociale frequentando gente nuova: mi accorsi che le ragazze benestanti con le quali uscivo avevano tutte borse di designer estremamente costose, quelle borse identificavano un determinato ceto sociale, mi chiesi? Perché mai una borsa deve poter etichettare una ragazza o una donna?

Ovviamente io non ne possedevo una e mai mi sarei azzardata a chiedere ai miei genitori una simile cifra solo per sentirmi parte integrante di un gruppo, tutto ciò mi portò a riflettere molto. Volevo poter essere considerata non per il logo evidente sulla mia borsa, ma per la pienezza della mia personalità, per le esperienze vissute, per le mie idee, volevo allo stesso tempo dimostrare di poter vestire in maniera cool ma con capi e accessori alla portata delle mie disponibilità economiche. Mi resi conto che non esistevano negozi che vendessero una linea di borse e accessori di tendenza, accessibili a tutti e mi immaginai l’insoddisfazione di tante ragazze e donne nella mia stessa situazione.

Dopo poco tempo, a distanza di qualche settimana dal mio rientro in Italia, decisi di dare vita a Label Rose. Ovviamente i budgets per la comunicazione erano inesistenti, quindi nei primi tempi ho dovuto fare tutto da sola: ero modella, stilista, fotografa, social media manager, visual merchandiser, magazziniera, manager qualsiasi cosa servisse insomma.

Ad oggi posso dirmi fiera dei piccoli risultati raggiunti, fiera di aver affrontato numerose battaglie al fianco della mia famiglia, fiera di aver conseguito prima un diploma, poi una laurea in management delle imprese internazionali, fiera di questo brand e del team che nel corso del tempo mi ha aiutato a sviluppare l’idea di una giovane donna. Ovviamente il percorso è stato, ed è lungo tortuoso, ma d’altronde le sfide difficili sono

Questo vuole essere anche un messaggio di incoraggiamento a tutte quelle donne che hanno paura di cambiare strada, non è detto che i desideri non possono mutare o svilupparsi in altre forme: io in primis avevo paura di deludere tante persone lasciando la danza, avevo paura di generare malcontento perché nell’immaginario di tutti ero la “ballerina”, tante volte ho pensato ai sacrifici infiniti che ho fatto durante il mio percorso, mi sono chiesta: che fai butti tutto all’aria? vuoi veramente lasciare la tua carriera da ballerina per avere un futuro incerto? come farai ad andare all’università se hai lasciato la scuola a 16 anni? e poi ancora, riuscirai a gestire un’azienda? come farai a studiare e allo stesso tempo portare avanti il tuo progetto? per quante domande potessi avere non ho mai smesso di credere in me stessa e nelle mie capacità, dando poco peso al parere altrui ma seguendo solo ed unicamente il mio cuore e il mio istinto.

Come diceva Carl Gustav Jung “nutrite l’anima, perché la fame la trasforma in una belva che divora cose che non tollera e da cui resta avvelenata.”

Siate fedeli a voi stesse, sempre!